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lunedì, maggio 19

Film visti - Aprile (II° parte)


Titolo: Waitress - Ricette d'amore

Genere:
Commedia
Distribuzione: 20th Century Fox

Trama Film: Stanca di sopportare le prepotenze del marito, Jenna, sogna di diventare tanto brava nel suo lavoro di cameriera e di fare tanti soldi con le sue ricette, da poter finalmente lasciare la vecchia vita. Le torte che prepara, sono ispirate dai fatti che accadono nella sua vita, ma qualcosa di inaspettato cambia i suoi piani, rimarrà infatti incinta e quest'evento la porterà a sviluppare un particolare rapporto con il figlio non ancora nato...

Trailer
Recensione
Un interessante punto di vista, ne consiglio la lettura.

Mie (buttatelìpercaso) cosiderazioni: Waitress è quella che si può definire la falsa fiaba per eccellenza.
La principessa è una donna che per realizzarsi deve trovare la forza di prendere le distanze dagli uomini - marito e amante - che la amano, rifiutando il principio secondo il quale l'autorealizzazione possa avere radici nell'amore di un uomo.
L'orco cattivo non è il marito, bensì quella parte di Jenna che non è ancora riuscita a trovare sè stessa.
Il principe azzurro è un uomo felicemente sposato e l'amore per lui, alla fine, non trionferà sugli eventi.
Le fatine, personaggi alquanto singolari e scarsamente carismatici, sono le amiche di Jenna che l'accompagneranno nel suo percorso di crescita.

Finalmente un film in cui la gravidanza e l'arrivo di un figlio sono vissuti con distacco, difficoltà di accettazione, cinismo e tavolta rifiuto; particolarità questa che regala momenti di forte perplessità in cui si fanno largo nell'animo di chi osserva sentimenti contrapposti e che vanno dalla misericordia alla condanna senza possibilità si assoluzione.

La prima lettera scritta da Jenna al figlio che aspetta:

"Caro bambino,
se davvero ti scrivessi una lettera, sarebbe sicuramente una lettera di scuse.

So che ogni bambino merita una mamma che lo desideri, che sia anche una buona moglie, un membro rispettabile della società, e sinceramente io non sono niente di tutto questo, e non so neanche se valga la pena di farti nascere in questo mondo...

Non valeva la pena di conoscere molta gente che ho conosciuto, non valeva la pena di vivere molte delle cose che ho vissuto.

Non prenderla come una cosa personale se non ti sembro come tutte le altre mamme che sprizzano felicità da tutti i pori, francamente io non so che cosa potrei offrirti...
Se non avrò un soldo come cavolo farò a crescerti?
Per tutta la vita, bambino, l'unica cosa che ho sempre voluto fare è scappare.
Che razza di madre sarei?
Vorrei provare sentimenti diversi bambino, come l'entusiasmo di averti dentro, o la convinzione che sarò una brava madre, anche se la mia vita non è un granchè e se il mondo, per la mia esperienza, non è meraviglioso come vogliono farti credere in questo libro...
comunque questa lettera per te sembra più una lettera scritta a me vero?
Ti voglio bene.
Mamma"

Voto: 2,25/5!


**

Titolo: 2 giorni a Parigi

Genere:
Commedia
Distribuzione: DNC

Trama Film: Marion è parigina. Jack americano. Vivono insieme da tempo a New York ma, dopo la vacanza che sognavano a Venezia, si fermano due giorni a Parigi per recuperare il gatto di lei e per far conoscere a lui la città e la famiglia di Marion. Quello che Jack conoscerà sarà una compagna molto più complessa di quanto lui potesse pensare e forse accettare. Per quanto progressista e capace di dare indicazioni sbagliate a compatriote decisamente a favore di Bush è troppo distante da questa 'vecchia Europa' che vive ancora dei miti del ’68 (la madre di Marion ha avuto addirittura una breve relazione con Jim Morrison ai bei tempi) e che gioca ancora, nonostante l'AIDS, con sesso e sentimenti.
Julie Delpy (dopo la collaborazione come attrice e cosceneggiatrice al delizioso Prima del tramonto di Richard Linklater che faceva ritrovare il suo personaggio con quello di Ethan Hawke Prima dell’alba) torna a giocare le sue carte nella sua seconda prova con un lungometraggio. Si può tranquillamente affermare che con questo film ci ha offerto un film maturo nella sua leggerezza grazie a una sceneggiatura che tiene per tutta la durata del film (tranne forse, ma è questione di gusti, nel finale) e all’interpretazione dei due protagonisti. Il confronto tra Francia e Stati Uniti continua ma questa volta non si tratta di polemica più o meno politica. Come ha sottolineato con grande acutezza Henry-Bernard Levy nel suo brillante saggio "American Vertigo" gli stereotipi in materia abbondano. È però necessario conoscere le persone reali. Questo non serve a edulcorare le differenze di visione del mondo e della vita quotidiana ma le rende fragili e contraddittorie su entrambi i versanti. Se Jack fa fatica a comprendere Parigi (complice anche la non conoscenza del francese) il 'ritorno a casa' mette a nudo per Marion quel fondo di puritanesimo, per quanto inserito in un contesto libertario, che Jack non si toglierà mai di dosso. Non si tratta quindi solo di cibo o di un anziano padre tutto istinto e seduttività ma di due culture. Tutto questo Delpy ce lo dice sorridendo ma quanto spessore c'e’ sotto questa leggerezza di scrittura! Lo fa poi tornando sul luogo del delitto perché la sua abitazione parigina se non è la stessa assomiglia moltissimo a quella utilizzata per Prima del tramonto. In quel caso si trattava di un Rohmer riletto da un americano. Qui di un'America vista (con una maculopatia simbolica) da una francese che l'ama nonostante i difetti reciproci.


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Recensione
Sublime critica pubblicata sul quotidiano 'Liberazione'.

Mie (buttatelìpercaso) cosiderazioni: Il voto che ho dato a questo film è sicuramente uno dei più alti. Credo di averlo visto almeno 4 volte in dieci giorni!

Una commedia brillante dai dialoghi intensi cha ha come protagonisti una coppia di esaltati nevrotici della peggior specie.
Da sfondo alle loro vicende lo scontro tra le due correnti culturali alle quali differentemente provengono, quella progressista europea, lei, e quella puritana americana, lui, analizzate e dissacrate nelle loro contraddizioni e nei loro chliches.
Unica pecca: il pessimo doppiaggio.

Voto:
3,50/5!

**

Titolo: Paradiso + Inferno

Genere:
Drammatico
Distribuzione: Nexo
Trama Film: Due ragazzi entrano in una stanza rotonda: una giostra che gira velocemente su se stessa. La forza centrifuga li spinge contro la parete e loro sono felici: sono insieme e si amano. Un "Heaven", come recita la prima didascalia, che viene trasformato dalla droga e dalle sue conseguenze in "Heart" e, poi, "Hell".
Il "paradiso" è descritto dal regista Neil Armfield con un tocco leggero e ironico: eroina e amore si intrecciano nella vita dei due come uno stesso vortice di ebbrezza. Sulla "terra", e ancor di più all' "inferno", i problemi emergono insormontabili: la prostituzione per lei è insostenibile, così come il tentativo di disintossicarsi, e come la gravidanza.
L'esperienza della "nascita", porta i due direttamente all’inferno, ma forse non fino al suo fondo...


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Recensione:
Non segnalo alcuna recensione dato che di quelle lette - Il Manifesto, Il Corriere della Sera, Il Giornale, Ciak, Il Mattino - non ne ho trovata una che valga la pena di essere letta. Tutte alquanto banalizzanti e prive di un concreto spunto critico.

Mie (buttatelìpercaso) cosiderazioni: Quella sera avevo voglia di un film che mi facesse male. E questa pellicola non solo è stata all'altezza delle mie aspettative, ma è andata oltre.

Un film emotivamente violento, lacerante, mi ha tenuta incollata allo schermo con una sensazione latente di dolore incontrollato.
La discesa agli inferi di un immenso amore senza speranza.

Insieme a "2 giorni a Parigi" e "Elizabeth",
"Inferno + Paradiso" permane tutt'ora sul mio hard disk rappresentando uno dei film che ho più gradito negli ultimi due mesi e mezzo.

Voto: 3,50/5!

**

Titolo: Il buio nell'anima

Genere:
Azione/Thriller
Distribuzione: Warner Bros

Trama Film: Erica Bain vive a New York, che registra e racconta via etere nel programma radiofonico "Street Walk". Spento il microfono e conclusa la giornata si rifugia nell'abbraccio dell'amato David, il compagno che avrebbe sposato se due balordi non lo avessero massacrato a Central Park. Sopravvissuta all'aggressione, Erica compra illegalmente una pistola per affrontare la strada e la paura. Un nuovo trauma, l'assassinio di una donna in un drugstore, scatena la sua rabbia e il desiderio di vendetta. Sui marciapiedi di New York incontrerà il senso del dovere del detective Mercer, che la costringerà a riflettere sulla legittimità della vendetta.
Dopo la parabola favolistica di Breakfast on Pluto, che affrontava il problema identitario di un uomo e di una nazione, Neil Jordan lascia l'Irlanda alla volta degli Stati Uniti, volgendo al femminile la vendetta "giusta" alla Charles Bronson. Il suo biondo giustiziere, come ogni eroe jordiano, si trova nell'impossibilità di sottrarsi alla propria indole ma se il giovane travestito di Cillian Murphy intraprendeva un viaggio esistenziale nel proprio Paese per riconquistare se stessa, la Erica di Jodie Foster attraversa le strade buie di New York e i tunnel di Central Park, perdendosi e perdendo la propria umanità.
Lontana dallo spirito borghese di Allen, la città americana diventa lo spazio della paura della violenza intesa come catastrofe morale. Dentro le vedute aeree e notturne di Manhattan, Jordan procede a investigare i misteri del cuore umano e il desiderio, radicato negli States, di farsi giustizia da soli. Dopo la perdita del fidanzato, la protagonista assume su di sé la volontà di riparare il torto, spogliandosi progressivamente della pietà e del filantropismo.
Pur dichiarando di aver voluto lasciare fuori la politica e di avere evitato qualunque tentativo di analisi dell'evento (il 9/11), Jordan mette in scena (indirettamente?) il "vuoto" lasciato dal trauma dell'aggressione, che ha sconvolto definitivamente il concetto di giustizia. Per la protagonista la "rieducazione" ai valori della civiltà passa attraverso la vendetta portata alle estreme conseguenze. Per superare lo shock e la grave crisi d'identità sociale, il cantastorie irlandese sa che occorre innanzitutto restituire la memoria attraverso la narrazione, facendo riemergere i fantasmi e liberando la nostra paura. Il dolore diventa il motore dell'azione, la crisi individuale di Erica diventa crisi sociale e poi culturale.
Jodie Foster, che dagli anni Novanta incarna sullo schermo la decenza morale e la disponibilità caratteriale, fa i conti questa volta con un soggetto critico. Nell'America di Jordan, il mondo preme da fuori finendo per tracimare nel territorio più prezioso: il privato. Così la resistenza di Erica si gioca in chiave privatistica e coscenziale.

Trailer
Recensione

Mie (buttatelìpercaso) cosiderazioni: Il voto 2,75 è dedicato interamente alla straordinaria interpretazione di Jodie Foster, a mio parere una delle migliori della sua carriera. Jodie Foster che ha saputo incastrare il personaggio in connotati straordinariamente ossessivi.
Se non fosse per la sua performance, al film, avrei dato come valutazione complessiva un voto non superiore a 1.


Voto:
2,75/5!

giovedì, aprile 10

Film visti - Aprile (I° parte)


Titolo: Complicità e sospetti

Genere:
Drammatico
Distribuzione:
Buena Vista

Trama Film:
Will (Jude Law) e Sandy (Martin Freeman), amici e architetti, trasferiscono il loro studio nella zona di King’s Cross a Londra. Proprio nei primi giorni, subiscono ripetuti furti a opera di una coppia di giovani ladruncoli. La piccola criminalità sarà il pretesto per un viaggio nella realtà multietnica della città, e dell'influenza che ha sulle relazioni sociali, sulla famiglia, sull’amore. C’è qualcosa di stucchevole nel cinema di Anthony Minghella. Difficile dire se sia l’espressione sul filo del pubblicitario, l’attrazione per il bello (siano essi luoghi o persone), o i sentimentalismi old style. In questa Londra, che è anche la città in cui vive, di certo la sua forma stilistica si trova perfettamente a proprio agio. Le case popolari, infatti, non si allontanano molto dalle perfezioni geometriche dei loft, cambia solo l’interpretazione degli interni, caotici o minimalisti, sempre comunque fotografati con perfezione estetica. In un mondo siffatto, i personaggi sono estremamente caratterizzati. Jude Law, è dandy e trasandato, insicuro ricercatore delle emozioni perdute; Robin Wright Penn, ha origini nordiche che si sciolgono solo di fronte alla figlia tredicenne; Juliette Binoche, è una donna slava, espressione di un passato di sofferenza e guerra. Tutti si muovono a King’s Cross fra assenza di responsabilità e paura di amare, schiavi della routine o delle condizioni, alla ricerca di passioni dimenticate, più che di sentimenti veri. L’essenza delle relazioni per Minghella è ancora nella pura forma. Gli interpreti si comportano di conseguenza e, superando le classi sociali, la bellezza trionfa, in ricchezza e in povertà (Juliette Binoche, di madre lingua francese, è poco credibile nel recitare in inglese con accento bosniaco). Sotto questa patina, l’unica profondità che se ne trae è l’amara solitudine, onnipresente, di una società complessa alla perenne ricerca di amori irresponsabili.

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Recensione

Voto: 3,25/5!

**

Titolo: Lezioni di Volo

Genere: Drammatico
Distribuzione: 01

Trama film:
Pollo e Curry hanno diciotto anni e poca voglia di impegnarsi a scuola e nella vita. Pollo è ebreo e figlio di un padre intransigente e una madre svampita. Curry è indiano e figlio adottivo di una psicologa emotiva e di un giornalista fedifrago. Bocciati alla maturità partono in vacanza "premio" per l'India dove, fuori dai circuiti turistici, incontreranno Chiara, ginecologa di una Onlus internazionale. Nel deserto del Thar proveranno finalmente interesse per la vita: Pollo si innamorerà di Chiara e del suo coraggio, Curry cercherà la madre naturale e le sue origini. Torneranno a casa e all'occidente col "brevetto di volo". Se l'ultimo film di Francesca Archibugi non aggiunge molto alla sua poetica dell'adolescenza, aggiornata al 2007 e ai suoi giovani con nessuna pretesa di cambiare il mondo in cui vivono, non manca di stupire perché sembra l'unico rimasto a raccontare con credibilità i ragazzi e tutto ciò che li riguarda: i gesti, il gergo e quel misto adolescenziale di vulnerabilità e sfacciataggine. Lontani da esami "mondiali" di maturità e da amori per sempre sul Ponte Milvio, lontani dall'essere intraprendenti e "fichi" dentro un filmetto di formazione che ripensa ai "migliori anni della nostra vita", i due protagonisti a lezioni di volo sono normali, prematuri e bocciati, sono ragazzi a cui bisogna dare tempo e respiro per scoprire chi sono. Archibugi torna a fissare sulla pellicola i cicli di crescita dei figli e quelli di appassimento dei genitori. Genitori ribelli e disillusi, che si misuravano coi grandi temi sociali e politici, hanno generato figli sommessi e immaturi, che si chiedono poco o nulla, difficili da lasciare andare per paura della solitudine o per paura che si facciano troppo male. Figli inconcludenti che la regista osserva senza giudicare, cercando di comprenderne il mondo. Figli che provano a crescere lontani da famiglie affettive che evitano i contrasti e che li tengono al riparo da tutto, soprattutto dalla vita. Nel cuore materno e pulsante dell'India c'è una giovane donna "normativa" che insegnerà loro regole e responsabilità, il gusto delle grandi sfide e la fatica della competizione. Archibugi riconferma i modi della commedia per trovare un respiro quotidiano a una storia di amori e dolori giovanili, di ragazzi che si sentono drammaticamente superflui e inadeguati ad affrontare i mali della crescita, che arriverà senza clamori sui tetti di Roma, centro storico prima circoscrizione. La lievità della Archibugi sostiene ancora una volta la concretezza della materia scelta: i ragazzi e il loro compito generazionale. Bentornata.


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Voto: 3,5
/5!

**

Titolo: Il piacere e l'amore

Genere: Drammatico
Distribuzione: Bim

Trama film:
ll titolo italiano della BIM è improprio e fintamente colto: in turco Iklimler significa i climi. Si comincia in estate sotto il sole mediterraneo con una coppia che si separa. Lui, Isa, insegna architettura all'università; lei, Bahar, di circa vent'anni più giovane, fa la segretaria di produzione in TV. Disamore? Incomunicabilità? Insoddisfazione? Nessuna spiegazione, ma si tende a dare ragione a lei che perlomeno è enigmatica. Si finisce tra il freddo dei monti innevati dell'Anatolia con un tentativo di riconquista, patetico più che sincero, da parte di lui che le assicura di essere cambiato. Due stagioni e tre movimenti. In mezzo c'è la vita annuale e banale a Istanbul in cui Isa si fa facilmente sedurre da una spregiudicata ex amante. Il lirismo chirurgico di N.B. Ceylan – che, tra un film e l'altro, campa come fotografo – lascia il posto alla routine della prosa, se non fosse per il lungo piano-sequenza del ferino accoppiamento carnale con le noccioline che passerà nelle future antologie dell'erotismo audiovisivo. Più che in Uzak (2003), c'è il sospetto che il 4° di Ceylan sia un “film da festival”. Girato in digitale; telecamera quasi sempre ferma; raffinata precisione nei pittorici campi lunghi; una storia dove “non succede niente”; dialoghi compressi al minimo; velati suggerimenti di autobiografismo. Per la prima volta – e l'ultima, soggiunge, ma potrebbe cambiare idea – l'autore fa anche il protagonista e dà spazio alla moglie Ebru, permettendo ai critici formalisti stregati di definirlo un film turco “diverso” e di citare Bresson (per la colona sonora, accuratissima nei rumori), Kiarostami, Ozu, Bergman, Tsai Ming Liang e, ovviamente, Antonioni. Gli spettatori maturi affetti da cervicale tengano d'occhio i cassetti degli alberghi cui Isa ricorre per ficcarci il collo.

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Voto: 1,50/5!

**

Titolo: The Illusionist - L'illusionista

Genere: Fantastico
Distribuzione:
Eagle Pictures


Trama film:
Nella Vienna dell'ultimo '800 gli spettacoli dell'illusionista Eisenheim hanno un tale successo da attirare il principe Leopoldo con la sua promessa sposa, la duchessa Sophie, e da suscitare l'interesse investigativo dell'ispettore di polizia Uhl. Eisenheim riconosce in Sophie la giovane di cui da adolescente s'era innamorato. Tra i due l'amore rinasce, provocando la gelosia violenta del principe che la ferisce gravemente, nascondendo il misfatto. Alcuni indizi e le apparizioni fantasmatiche di Sophie durante gli spettacoli aiutano Uhl a identificare il colpevole. Il principe si dà la morte. Eisenheim è allontanato da Vienna, ma lascia a Uhl indizi per scoprire che la donna è viva, complice di una messinscena. Come già Scoop di W. Allen e The Prestige di C. Nolan, usciti nella stagione 2006-07, il 2°
film di Burger racconta il rapporto tra realtà e illusione. La sua sceneggiatura si basa sul racconto Eisenheim the Illusionist di Steven Millhauser, ispirato a Erik Jan Hanussen, mago e veggente viennese, ucciso da un sicario nel 1933 per aver profetizzato la fine del Terzo Reich (La notte del maghi - Hanussen 1988, di I. Szabó con K. M. Brandauer, ne racconta la storia). Quello di Burger è un film riuscito a metà. Il contesto (Vienna, la magia e le macchine) è superiore alla messa in scena della storia in cui conta il rapporto tra Eisenheim (E. Norton) e Uhl (P. Giamatti), ma non la storia d'amore. Fotografia: Dick Pope. Musiche: Philip Glass.

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Recensione

Voto:
2,75
/5!

**


Titolo: Il diario di una tata

Genere:
Commedia
Distribuzione:
01


Trama film:
Annie Braddock (Scarlett Johansson) è una ragazza appena laureata in cerca di lavoro. Alcuni colloqui fallimentari presso importanti società newyorkesi le fanno perdere la fiducia in se stessa, ma un incontro imprevisto con un bambino dell'Upper East Side, le cambia la vita.
Il rischio che il film si trasformi in una narrazione del rapporto fra una tata e le marachelle di una piccola peste, sono concrete. La divertente e realistica interpretazione della Johansson, nella figura di tata e soprattutto di osservatrice-antropologa delle abitudini malsane della borghesia della grande mela, mantengono però il tono intelligente della commedia. È quindi questo equilibrio fra ironia (Annie non ha esperienza coi bambini ed è impacciata e maldestra) e analisi sociale che, almeno per la prima metà riesce, senza falsi sentimentalismi a sostenere un film che per molti versi è deludente. Le interpretazioni sono tutte notevoli, compreso il ricco padre di famiglia affidato a un sempre bravo Paul Giamatti, la messa in scena è invece classica e ricade nella seconda parte in alcune situazioni scontate e prevedibili, indotte dagli stereotipi del caso. La madre borghese che non si cura del figlio e pensa solo a se stessa e al suo esternarsi in una "high society" che impone alcune ritualità precise; il marito dedicato al puro business che coltiva relazioni extra coniugali con le segretarie del caso; la stessa tata di origini di provincia che si sfoga in critiche nei confronti di genitori inghiottiti dalla frenesia da metropoli. Ne esce fuori un film che è un ibrido di socio-critica e commedia famigliare, che avrebbe potuto ambire a risultati migliori. Resta il fatto che non ci si può lamentare se i propri figli, oggigiorno, hanno rapporti conflittuali con i genitori.

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Voto:
2,25
/5!

mercoledì, aprile 2

Film visti - Marzo (I° parte)


Titolo: Il risveglio delle Tenebre

Genere: Fantasty
Distribuzione: 20th Century Fox

Trama Film: La famiglia Stanton si trasferisce dall'ambiente confortevole degli Stati Uniti in cui era sempre vissuta, in una piccola cittadina inglese. Quello che non sanno è che la famiglia ha in realtà radici profonde nella cittadina, che risalgono a diversi secoli prima. Il figlio più giovane, Will Stanton (Alexander Ludwig), che sta semplicemente cercando di integrarsi a scuola e trovare il modo per parlare alla ragazza per cui ha una cotta, è l'eroe improbabile che si ritrova coinvolto in un'epica battaglia tra gli esponenti della luce e gli inquietanti soldati dell'oscurità. Will scopre di essere l'ultimo esponente di una dinastia di guerrieri chiamati gli Antichi, che sono governati da Merriman (Ian McShane) e Miss Greythorne (Frances Conroy). Entrambi prendono Will sotto la loro ala protettrice, per guidarlo nel suo viaggio che lo farà diventare il Cercatore e in cui dovrà utilizzare i suoi poteri speciali per cercare dei segni nascosti nel tempo, che gli permetteranno di ristabilire l'equilibrio tra la Luce e l'Oscurità. Nel viaggio più importante della sua vita, Will utilizza i suoi poteri per spostarsi nel tempo, far volare gli oggetti e mettere in mostra una forza sovrannaturale per combattere il male, che è rappresentato dal misterioso Cavaliere (Christopher Eccleston). Mentre il Cavaliere cerca di rigettare il mondo nel gelo e nell'oscurità, Will combatte con se stesso e contro tutte le forze oscure che vengono scatenate contro di lui, con l'obiettivo di salvare il mondo. Sebbene il ragazzo metta in dubbio se stesso e le sue capacità, gli Antichi sono accanto a lui per rassicurarlo. "Anche la luce più fioca può brillare nell'oscurità".

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Voto: 1/5!


**

Titolo: Sapori e Dissapori

Genere: Commedia/Romantico/Drammatico
Distribuzione: Warner Bros

Trama Film: Kate Armstrong vive esattamente nello stesso modo in cui guida la cucina del raffinato ristorante 22 Bleecker di Manhattan, con una passione così insensata che affascina, ma nello stesso tempo intimidisce, coloro che le stanno vicino. Con una precisione mozzafiato controlla tutte le febbrili attività della cucina, coordinando centinaia di pasti, preparando salse delicate, condendo e cuocendo ogni piatto con assoluta perfezione. Più a suo agio dietro le quinte, Kate lascia la sua cucina santuario solo per accettare i complimenti per qualche piatto speciale oppure, in rare occasioni, per bisticciare con un cliente che osa mettere in dubbio la sua tecnica.
La natura perfezionistica di Kate viene messa alla prova quando nello staff entra un nuovo aiuto cuoco, esuberante e pieno di energia, Nick Palmer. Nick ama l'opera e l'allegria intorno. Il suo approccio così sciolto alla vita e alla cucine stessa non potrebbe essere più diverso da quello di Kate, eppure l'alchimia fra loro è innegabile... così come il disaccordo.
Forse le cose al lavoro potrebbero andare meglio se Kate non avesse problemi a casa con la nipotina Zoe che ha solo nove anni e da poco è andata a vivere con lei.
Con il passare delle settimane, Kate non ha ben chiaro cosa la faccia infuriare di più, se il rapporto di NIck con la proprietaria del ristorante, Paula o con la nipote Zoe, che preferisce confidarsi con lui piuttosto che con la zia.

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Mie (buttatelìpercaso) cosiderazioni: Una delle poche commedie che ho sinceramente apprezzato e che mi ha lasciato sorprendentemente entusiasta!

Voto: 3,25
/5!

**

Titolo: Spiderwick - Le cronache

Genere: Fantasy
Distribuzione: UIP

Trama Film: Lasciata New York per trasferirsi nella vecchia e decrepita casa, appartenuta ad un loro pro-zio, la famiglia Grace (mamma, due gemelli, Jared e Simon, e la sorella Mallory), si trovano alle prese con le strane cose che accadono intorno a loro. Jared viene accusato dagli altri delle misteriose sparizioni e dei fatti inconsueti che si verificano, ma quando insieme ai fratelli, decidono di cercare di capire, finalmente, cosa sta realmente accadendo, si troverà immerso in fantastico e misterioso mondo popolato da bizzarre creature... Jared, infatti, trova uno strano libro, scritto dallo Zio Arthur, "La Guida Pratica di Arthur Spiderwick al Mondo Fantastico che Vi Circonda". Tra le creature che popolano questo mondo parallelo però ce n'é qualcuna molto pericolosa, ed i ragazzi capiscono che il libro dello zio é la chiave per rapportarsi a questo mondo e che per nessuna ragione deve cadere nelle mani sbagliate, perchè chi lo possiede é in grado di acquisire un potere straordinario.

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Recensione

Voto: 2,5
/5!

**

Titolo: Zodiac

Genere: Drammatico/Thriller
Distribuzione: Warner Bros

Trama Film: Durante l'estate del 1968, nell'area di San Francisco, comincia a operare un serial killer che rivendica i propri omicidi con lettere spedite ai principali quotidiani locali. Dopo aver assunto un nome riconoscibile, Zodiac, l'assassino sfida la polizia con una serie di messaggi in codice che nessuno riesce a decifrare correttamente. Sulle sue tracce, oltre a una coppia di detective, si mettono anche un giornalista alla ricerca di scoop e un vignettista frustrato, quest'ultimo appassionato di codici ed enigmistica: la sfida è appena cominciata…
Zodiac è un thriller atipico: ispirato alle azioni di un serial killer che tenne per anni in scacco la polizia di San Francisco (ancora oggi il caso è considerato chiuso solo perché il principale imputato morì prima di essere sottoposto a processo), il film di David Fincher concentra le sue attenzioni non tanto sulla figura dell'assassino, che rimane sullo sfondo, avvolta da un'aura inquietante e misteriosa, ma su un eterogeneo gruppo di personaggi, le cui vite vengono sconvolte dalle azioni del killer.
Il tema dell'ossessione, già declinato efficacemente da Fincher nelle pellicole del suo recente passato, ritorna e diventa quindi perno dell'intera vicenda: tutti i protagonisti della storia, in primo luogo l'ispettore David Toschi (un eccezionale Mark Ruffalo) e l'anonimo vignettista Robert Graysmith (il capace Jake Gyllenhaal), sacrificano carriera, affetti e famiglia, pur di trovare il bandolo della matassa che, anno dopo anno, si fa sempre più fitta e apparentemente inestricabile. Sullo sfondo, emerge sempre più chiaro il ruolo chiave che assumono col passare degli anni i media e l'informazione in generale.
Nonostante la sua eccessiva durata (oltre due ore e mezza) non contribuisca certo a renderne più agevole la visione, Zodiac garantisce più di un momento memorabile: la sequenza dell'omicidio a sangue freddo di una coppietta nei pressi di un lago e quella che vede Jack Gyllenhaal scendere nello scantinato di uno dei presunti colpevoli, valgono, come si suol dire, il prezzo del biglietto. Peccato che Fincher non abbia reso più compatta e omogenea la narrazione e non abbia utilizzato il tempo a sua disposizione per approfondire meglio alcuni personaggi, come quello del giornalista ubriacone interpretato (casualmente…) da Robert Downey Jr. e quello, forse troppo marginale, cui dà volto e corpo Chloe Sevigny. Graziato da una prestazione del cast a dir poco sontuosa, Zodiac è un film ostico, affascinante, un "thriller non thriller" anticonvenzionale, forse troppo lento e denso di fatti e dialoghi. In America il pubblico non ha gradito (la critica è invece osannante): da noi, dato il genere, potrebbe avere miglior fortuna. Quel che è certo è che David Fincher, anche se non al suo meglio, ha davvero talento da vendere.

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Recensione

Voto: 3
/5!

**

Titolo: Fur: un ritratto immaginario di Diane Arbus

Genere: Drammatico
Distribuzione:
Nexo

Trama Film: Diane Nemerov, è la figlia di una ricca famiglia ebrea trapiantata a New York. Coniugata è Diane Arbus, moglie di Allan, un fotografo di moda, e mamma distratta di Grace e Sophie. Colta e sensibile, Diane è insofferente ai privilegi sociali, ai protocolli e ai conformismi che condizionano la sua vita e misurano le sue emozioni. Nell'appartamento sopra agli Arbus si stabilisce Lionel Sweeney, un uomo eccentrico affetto da ipertricosi e nascosto dietro una maschera. La relazione amicale e poi sentimentale con Lionel rivelerà a Diane un mondo straordinario e parallelo a quello della riconosciuta normalità. Solo allora Diane impugnerà la macchina fotografica per ritrarre (prevalentemente) le "meraviglie" della natura, i freaks impressionati nella pellicola di Tod Browning.
Steven Shainberg, cresciuto tra i ritratti della Arbus che decoravano le pareti della casa dello zio scrittore Lawrence Shainberg, porta sullo schermo il ritratto immaginario e immaginato della fotografa newyorkese. Liberamente ispirato al libro di Patricia Bosworth, "Diane Arbus: una biografia", il regista esplora insieme alla sua protagonista la sottile relazione tra l'apparire e l'essere. Come in Secretary così in Fur, il suo sguardo guida ed emancipa la figura femminile attraverso pratiche null'affatto consuetudinarie: la perversione, quella masochista della segretaria di Maggie Gyllenhaal, o uno strumento e la sua pratica, quella fotografica della Arbus di Nicole Kidman. Diane, prima di diventare il controverso mito della fotografia americana, era una casalinga che stirava i vestiti, misurava le luci e viveva in un'evidente condizione di subordinazione creativa nei confronti del marito.
Sarà la scoperta della diversità, dell'eccesso della natura suggerito fin dal titolo, a condurla a esplorare tutti quei luoghi, fisici e mentali, che erano stati oggetto di divieto. Fur è la pelliccia prodotta dai Nemerov e indossata dalle belle modelle bloccate dal rigore formale della macchina di Allan Arbus. Ma fur è pure il pelo mostruosamente eccedente di Lionel, che scopre, coprendolo, la manipolazione cosmetica del reale e l'arbitrarietà dei tabù. Nel film di Shainberg la macchina fotografica è sempre posata in primo piano, perché la "camera oscura" è prima negli occhi della Arbus. Occhi da formare, da impressionare, da caricare del vissuto drammatico di Lionel, fermato frontalmente dentro la sua prima fotografia

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Recensione

Mie (buttatelìpercaso) cosiderazioni: ll tema della diversità, e della scoperta di sè stessi, vissuti dagli occhi della straordinaria Arbus, al confine tra immaginario e realtà.

Voto: 2,75/5!

**

Titolo: Mio fratello è figlio unico

Genere: Drammatico
Distribuzione: Warner Bros Italia


Negli anni '60 a Latina la vita non era facile. Le famiglie dovevano far crescere i figli con quello che avevano, dando loro una buona educazione. Accio è il più giovane di tre fratelli, e la sua vita si svolge fra ideali ora vivi e poi dimenticati. Lottando con il fratello con il quale condivide gioia e miseria.
Uno sguardo, un primo piano. Il movimento degli occhi, ora persi, ora accesi per reagire a una situazione che in quel momento è la più importante. Luchetti sa che il suo cinema è personale, tocca la politica, la affronta, ma ciò che gli importa veramente sono le persone, perché sono loro che fanno il mondo. Ieri, oggi, domani. Quei volti, quindi, che lui approccia nei dettagli, a volte con la camera a mano, per dare ai protagonisti quel qualcosa di incerto, sono l'anima dei suoi film. Mentre racconta la storia dell'Italia del '68 (che a Latina non arriva) fra nero e rosso, due uomini legati dallo stesso sangue si confrontano, e Accio, sempre alla ricerca di una fede, da quella cristiana a quella fascista, per poi quasi perdersi nella sinistra, è la rappresentazione unica di un'incertezza manifesta di un paese allo sbando.
Elio Germano è superlativo, e tiene testa a Scamarcio che buca lo schermo con i suoi occhi verdi e il timbro vocale sicuro. Intorno a loro si muovono la Finocchiaro, magnifica madre, e Zingaretti, fedelissimo al Duce, perfetti comprimari di un dramma estremamente personale. La crescita di un uomo, forse non era mai stata così profonda nel cinema italiano attuale e, se superiamo gli ultimi venti minuti, troppo didascalici, scopriamo come l'umanità può essere raccontata con la forza delle immagini e delle parole.

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Recensione

Voto: 3,5
/5!

**

Titolo: Elizabeth - The golden age

Genere: Drammatico
Distribuzione: Universal Pictures

Trama Film: ilippo II, re di Spagna e fervente cattolico, è fermamente deciso a detronizzare l'"eretica" Elisabetta I e a incoronare regina d'Inghilterra la cugina Maria Stuarda. Sostenuto dalla Chiesa di Roma e armato di un poderoso esercito il sovrano spagnolo ordisce un complotto ai danni di Elisabetta, che da trent'anni governa gli inglesi con forza e saggezza. Mentre il fondamentalismo cattolico di Filippo e dell'Inquisizione minaccia l'Europa protestante, la presenza a corte di Raleigh, un cittadino senza titolo nobiliare con la vocazione per l'esplorazione e per la navigazione su mari perigliosi, indebolisce le salde certezze della regina. Dimenticando il suo ruolo, Elisabetta si scopre vulnerabile e innamorata. Ma la politica estera la reclama. L' "invincibile" Armada di Filippo, centotrenta galere e trentamila uomini, è salpata per l'Inghilterra.
La vita di Elisabetta I è un "testo" largamente frequentato al cinema. Ne esistono oltre venti versioni. Tutti se ne innamorano, soprattutto gli storici e i registi, che non resistono alla tentazione di farne un libro o un film. È successo a Shekhar Kapur, che dieci anni fa con Elizabeth tentò la sfida, vincendola. Nel secondo "episodio" la sovrana inglese vive una golden age minacciata dalla cospirazione e dal fondamentalismo di Filippo di Spagna. Fedele al suo voto di castità e di fedeltà alla nazione, Elisabetta declina le proposte di matrimonio dei suoi pretendenti e coltiva la disposizione al comando. Intrigata dallo spirito libero, colto e indipendente di Sir Raleigh, la regina cede il passo alla donna.
L'interesse per il "pirata" gentiluomo si libera nella conturbante sequenza della danza di corte, in cui Elisabetta immagina di sostituirsi alla giovane favorita (Elizabeth), suo doppio che agisce e sperimenta in sua vece l'amore. Confusa dal sentimento e ingabbiata dal suo ruolo, Elisabetta rinuncia alle proprie aspirazioni amorose e si consacra alla causa "protestante", calandosi con rigore e passione nel ruolo della regina che impara i trucchi della politica e sa incantare il popolo, l'esercito e il nemico con indole risoluta e bellezza illibata.
La singolarità del film va ricercata nel linguaggio cinematografico: la costruzione dello spazio e il ruolo del montaggio. Dentro una ricostruzione storica volutamente accademica, secondo i modelli del classico kolossal storico, il regista riesce a fare interagire i volti e i corpi dei tre protagonisti (Elisabetta, Sir Raleigh e il segretario di stato Francis Walsingham) con le masse civili e con quelle armate. La spettacolarità volumetrica dell'ambiente cortigiano e quella epica della battaglia navale sono intercalate da scene liriche e private, che comunicano con efficacia una forte presa emotiva. Nella ricchezza della narrazione, che non risparmia gli eccessi e si concede di sollecitare sentimenti, la composizione sonora imprime il ritmo alla rappresentazione, contribuendo non poco alla mitizzazione della "regina vergine".
La musica, i cori e il sinfonismo sono concettualmente vicini al melodramma operistico. Elizabeth - The Golden Age è l'occasione per consacrare (e venerare) Cate Blanchett, infinita nella definizione del personaggio storico, indagato nella sua umanità e seguito nella sua straordinaria avventura. Dotata di un'innata fotogenia e di un solenne portamento scenico, l'ultimo sguardo della sua regina è di quelli che non si dimenticano, quasi intuisse oltre lo "schermo" la presenza del suddito-spettatore.

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Voto: 3,85/5!